Artemisio presenta:
Tutto nasce e si trasforma con l’inevitabile fine ultimo di distruggersi, morire, cessare di funzionare, rompersi, bruciare, andare in overdose o suicidarsi con un cappio legato al cazzo. E tutti – tranne eccezioni che, chiaramente, ce ne sono – vivono con la speranza di poter ritardare il più a lungo possibile questo momento. Più passano gli anni e più si avvicina il momento di cambiare tv, rifare il bagno, aggiustare vostro nonno ed apportare un upgrade al vostro pc. Dunque il peso degli anni è una componente assolutamente negativa che influisce nel regolare svolgimento di ciò che più vi aggrada nella vita: cagare, mangiare, spostarvi dal punto A al punto B, concupirvi, passare dal via, ottundere, odiare Michele Cucuzza, leggere Chinaski e scrivere elenchi insulsi. E’ evidente che vecchio = male. Lapalissiano.
Senza considerare che il fonema “vecchio”, sia nella sua accezione sostantivata che in forma di aggettivo, è spesso coadiuvante di una forma di disprezzo verso cose o persone, onde evitare di usufruirne e farne uso o di relazionarvi con esse: “passami quel formaggio, per favore”, “non posso, non vedi che ha la muffa, è lì da mesi, è vecchio”; “cos’ha la tua macchina che non va? Si rompe continuamente ogni qualvolta la prenda!”, “nulla, per essere un frullatore molto performante. Vecchio, però, un frullatore dannatamente vecchio”; “passami un pezzo di tua nonna, cortesemente”, “ma cosa dici, non vedi che è vecchia?”, e così via. Nessuno, e dico nessuno, ha mai osato rifiutare qualcuno o qualcosa perché giovane o nuovo. Chiedete al papa. Per altri motivi, magari, ma non di certo scartiamo le cose perché nuove. Se è vero infatti che da un lato l’inesperienza ed il deficit informativo/cognitivo apportato dalla novità sono ostacoli fastidiosi ma tollerabili e sormontabili, d’altra parte la saggezza stantia ed il malfunzionamento sistematico sono una metastasi sociale impazzita e fuori controllo.
Un ragionamento lineare e facilmente condivisibile, il mio, se si circoscrive il tutto ai soli oggetti inanimati che costellano la nostra inutile esistenza. Ma se si tenta di traslare un simile pensiero ammantando con un velo di noia e misericordia i “nostri” vecchi, quelli umani, diventa più difficile da accettare, la cosa. E non ne capisco il perché.
Davvero, non capisco. Dov’è il bello dell’essere vecchi? I vecchi sono come dei bambini (orribili, ma la trattazione di questo tema esula dai nostri momentanei intenti) molto più ingombranti. Dei bambini che sanno parlare ma non riescono a formulare un pensiero sensato, che sanno mingere da soli ma non hanno controllo alcuno sul loro corpo, che sanno apprezzare un piatto di peperoni fritti nel grasso di pancetta ma non possono mangiarlo perché il loro intestino è ridotto ad un ammasso confuso di calcoli e coaguli di cellule tumorali; dei bambini maleodoranti e rugosi che nessuno ha voglia di coccolare. I vecchi sono come dei bambini, da accudire e controllare, ma molto più pericolosi. I bambini non guidano automobili di grossa cilindrata e non vanno in posta a ritirare la pensione. Né i bambini tentano con prolissi e disdicevoli inganni mediatici di governare un paese in modo grossolanamente grottesco e macchiettista.
Davvero, non capisco. Cosa c’è di auspicabile nel farsi compatire nell’avere una prostata così grande da contenere l’ego di Ghedini? Nulla, assolutamente nulla.
Una volta i vecchi della famiglia, i patriarchi, gli anziani, avevano una funzione sociale ben definita: erano i portatori dell’esperienza, del vissuto, rappresentavano la conoscenza e la saggezza, erano dei cantastorie, la versione virile a cui vorresti bene di Mario Giordano, per sapere nel mondo cosa fosse successo. Ora, per motivi così ovvi che non ho voglia di spiegare, tale funzione è venuta meno. Ehi non guardatemi così, non sono certo io che ho chiuso i miei genitori in un ospizio bigio anziché tenerli in casa con me e legarli ad una sedia a dondolo accanto al camino poiché tra partite di golf e tassi di cambio non ho mai trovato il tempo di aprirgli il barattolo di omogeneizzato. Non ancora. La loro funzione – dei vecchi – foriera di saggezza, sapienza, buonsenso ed insegnamenti al profumo di pane caldo, non ha più alcun senso o valenza funzionale in questa società vorticosamente cannibale. Senza considerare che gli anziani hanno un costo, per lo stato: pensioni, cure mediche, assistenza, bastoni, cateteri, naftalina, sedie a rotelle e puttane slave. E siffatte covariate hanno un peso specifico anche nella vita di tutti noi. Insomma, non è un mistero: paghiamo tasse per poter beneficiare in vecchiaia di una pensione. Voglio dire, fare una vita di stenti e privarsi di denaro in gioventù per avere i soldi necessari per comprarsi il giornale e la morfina ad ottant’anni non ha senso.
Per questo chiudo con un provocazione: niente inps, fondo fiduciario e TFR, ma piuttosto stipendi raddoppiati per poter godere in modo migliore di questa vita; risparmiamo denaro pubblico spendibile ORA in modo migliore opprimendo la popolazione in età pensionabile. Pesante che, a questo punto, Egli sarebbe già morto.
Artemisio declina ogni responsabilità civile etica o morale nel caso qualcuno di voi si ritenesse offeso da suddetto post. Chi non ne avesse capito il senso è pregato di tacere e di smettere di farsi eiaculare da cavalli blenorragici nelle orecchie. Artemisio ama i vecchi, ne ha una collezione completa a casa. Molti degli amici di Artemisio sono vecchi. Artemisio trova TUTTI i vecchi adorabili e maledettamente simpatici. L'unico loro difetto è che l'unica cosa che avrebbe dovuto abbandonarli a se stessi non lo ha ancora fatto: il soffio vitale che ancor vivi li mantiene.





