Artemisio presenta:

Fuoriscito dal mio orifizio nel giorno di lunedì, 15 giugno 2009 alle ore 17:47

Abbiamo precedentemente stabilito che il vecchio, il vecchiume, il vetusto e l’anticaglia costituiscono forme immanenti di effluvi maligni, senili manifestazioni fenomeniche di Satana. Un po’ come il senato italiano. La spiegazione di tale affermazione è stata fatta risalire nei termini in cui un carteggio imperituro e sistematico col vecchio (in senso più generico possibile, non intendo necessariamente quell’ammasso cadente di tegumento giallo che attende lagnoso la sua disfatta, maledicendo l’ineluttabile caducità delle cose comodamente adagiato sul divano di casa vostra mentre alcuni di voi si ostinano a chiamarlo Padre o Nonno) può provocare morte, disgusto, ansie, nausee, diarrea, alitosi, Bruno Lauzi ed ancora morte. Questi sono i rischi. Si può obiettare, come è stato fatto, che a qualcuno può piacere il vecchio a discapito del nuovo o del giovane. De gustibus, of course. Capisco che qualcuno di voi possa infischiarsene sbeffeggiandosene serafico dei nefasti effetti fisiologici che una prolungata esposizione al vetusto può portare, ritenendo anzi il botulino, il colera, la demenza ed il cancro alla prostata uno stato di auspicabile felicità. Non tutti ritengono deplorevole ed empio essere Maurizio Mosca.

Tutto nasce e si trasforma con l’inevitabile fine ultimo di distruggersi, morire, cessare di funzionare, rompersi, bruciare, andare in overdose o suicidarsi con un cappio legato al cazzo. E tutti – tranne eccezioni che, chiaramente, ce ne sono – vivono con la speranza di poter ritardare il più a lungo possibile questo momento. Più passano gli anni e più si avvicina il momento di cambiare tv, rifare il bagno, aggiustare vostro nonno ed apportare un upgrade al vostro pc. Dunque il peso degli anni è una componente assolutamente negativa che influisce nel regolare svolgimento di ciò che più vi aggrada nella vita: cagare, mangiare, spostarvi dal punto A al punto B, concupirvi, passare dal via, ottundere, odiare Michele Cucuzza, leggere Chinaski e scrivere elenchi insulsi. E’ evidente che vecchio = male. Lapalissiano.

Senza considerare che il fonema “vecchio”, sia nella sua accezione sostantivata che in forma di aggettivo, è spesso coadiuvante di una forma di disprezzo verso cose o persone, onde evitare di usufruirne e farne uso o di relazionarvi con esse: “passami quel formaggio, per favore”, “non posso, non vedi che ha la muffa, è lì da mesi, è vecchio”; “cos’ha la tua macchina che non va? Si rompe continuamente ogni qualvolta la prenda!”, “nulla, per essere un frullatore molto performante. Vecchio, però, un frullatore dannatamente vecchio”; “passami un pezzo di tua nonna, cortesemente”, “ma cosa dici, non vedi che è vecchia?”, e così via. Nessuno, e dico nessuno, ha mai osato rifiutare qualcuno o qualcosa perché giovane o nuovo. Chiedete al papa. Per altri motivi, magari, ma non di certo scartiamo le cose perché nuove. Se è vero infatti che da un lato l’inesperienza ed il deficit informativo/cognitivo apportato dalla novità sono ostacoli fastidiosi ma tollerabili e sormontabili, d’altra parte la saggezza stantia ed il malfunzionamento sistematico sono una metastasi sociale impazzita e fuori controllo.

Un ragionamento lineare e facilmente condivisibile, il mio, se si circoscrive il tutto ai soli oggetti inanimati che costellano la nostra inutile esistenza. Ma se si tenta di traslare un simile pensiero ammantando con un velo di noia e misericordia i “nostri” vecchi, quelli umani, diventa più difficile da accettare, la cosa. E non ne capisco il perché.
Davvero, non capisco. Dov’è il bello dell’essere vecchi? I vecchi sono come dei bambini (orribili, ma la trattazione di questo tema esula dai nostri momentanei intenti) molto più ingombranti. Dei bambini che sanno parlare ma non riescono a formulare un pensiero sensato, che sanno mingere da soli ma non hanno controllo alcuno sul loro corpo, che sanno apprezzare un piatto di peperoni fritti nel grasso di pancetta ma non possono mangiarlo perché il loro intestino è ridotto ad un ammasso confuso di calcoli e coaguli di cellule tumorali; dei bambini maleodoranti e rugosi che nessuno ha voglia di coccolare. I vecchi sono come dei bambini, da accudire e controllare, ma molto più pericolosi. I bambini non guidano automobili di grossa cilindrata e non vanno in posta a ritirare la pensione. Né i bambini tentano con prolissi e disdicevoli inganni mediatici di governare un paese in modo grossolanamente grottesco e macchiettista.
Davvero, non capisco. Cosa c’è di auspicabile nel farsi compatire nell’avere una prostata così grande da contenere l’ego di Ghedini? Nulla, assolutamente nulla.

Una volta i vecchi della famiglia, i patriarchi, gli anziani, avevano una funzione sociale ben definita: erano i portatori dell’esperienza, del vissuto, rappresentavano la conoscenza e la saggezza, erano dei cantastorie, la versione virile a cui vorresti bene di Mario Giordano, per sapere nel mondo cosa fosse successo. Ora, per motivi così ovvi che non ho voglia di spiegare, tale funzione è venuta meno. Ehi non guardatemi così, non sono certo io che ho chiuso i miei genitori in un ospizio bigio anziché tenerli in casa con me e legarli ad una sedia a dondolo accanto al camino poiché tra partite di golf e tassi di cambio non ho mai trovato il tempo di aprirgli il barattolo di omogeneizzato. Non ancora. La loro funzione – dei vecchi – foriera di saggezza, sapienza, buonsenso ed insegnamenti al profumo di pane caldo, non ha più alcun senso o valenza funzionale in questa società vorticosamente cannibale. Senza considerare che gli anziani hanno un costo, per lo stato: pensioni, cure mediche, assistenza, bastoni, cateteri, naftalina, sedie a rotelle e puttane slave. E siffatte covariate hanno un peso specifico anche nella vita di tutti noi. Insomma, non è un mistero: paghiamo tasse per poter beneficiare in vecchiaia di una pensione. Voglio dire, fare una vita di stenti e privarsi di denaro in gioventù per avere i soldi necessari per comprarsi il giornale e la morfina ad ottant’anni non ha senso.

Per questo chiudo con un provocazione: niente inps, fondo fiduciario e TFR, ma piuttosto stipendi raddoppiati per poter godere in modo migliore di questa vita; risparmiamo denaro pubblico spendibile ORA in modo migliore opprimendo la popolazione in età pensionabile. Pesante che, a questo punto, Egli sarebbe già morto.

Artemisio declina ogni responsabilità civile etica o morale nel caso qualcuno di voi si ritenesse offeso da suddetto post. Chi non ne avesse capito il senso è pregato di tacere e di smettere di farsi eiaculare da cavalli blenorragici nelle orecchie. Artemisio ama i vecchi, ne ha una collezione completa a casa. Molti degli amici di Artemisio sono vecchi. Artemisio trova TUTTI i vecchi adorabili e maledettamente simpatici. L'unico loro difetto è che l'unica cosa che avrebbe dovuto abbandonarli a se stessi non lo ha ancora fatto: il soffio vitale che ancor vivi li mantiene.

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Artemisio presenta:

Fuoriscito dal mio orifizio nel giorno di martedì, 09 giugno 2009 alle ore 16:56

Si, esatto. Vecchio è male. E parlo anche delle persone (discorso ampio e complesso, ne riparleremo presto). Si potrebbe star lì a sentenziare banalità orride sul fascino retrò ed il romanticismo seducente connesso all’usura ed al vissuto insito negli oggetti. Balle. Ciò che è vecchio fa cagare. DEVE far cagare. E’ uno dei principi fondamentali di sopravvivenza umana, credo. Serve ad esempio ad evitare di bere il latte quando è di colore verde, a scoparvi il cadavere della vostra prozia o a tentare di rivalutare gli scritti di Baget Bozzo quando sarà passato sufficiente tempo dalla sua morte da dimenticare quanto fosse unto di protervia smargiassa e deficitaria di qualunque pulsazione umana.
Nella mia personale classifica delle cose abiette e malvagie il vecchiume è al primo posto, secondo questo ordine assolutamente casuale (a parte il vecchiume stesso, lui è lì per precipua scelta):

1. vecchiume
2. Cristiano Ronaldo
3. cancheri
4. mia madre

Va assolutamente specificato che nella macro-area “vecchiume” vanno inseriti, tra gli altri: Totò, Aldo Biscardi, il fascismo, gli anni ’80 ma non i ’50-’60-’70 (loro stessi in quanto tali, non le loro rappresentazioni esogene di dubbio gusto, anche contemporanee ai tempi stessi), Gesù e la religione, l’eroina, i dildo vibranti di Walt Disney ed in generale tutto ciò che non può più essere considerato nuovo ed intonso o che comincia a puzzare di cadavere. Si esatto, vostra nonna è meravigliosa, ma se ha odore di piede di talebano putrefatto è il caso che iniziate ad odiarla: è vecchia ed è solo una rappresentazione tangibile, fetida e suppurata, del male. Come Rita Levi Montalcini: gran donna e gran cervello, ma è ora di togliersi le palline di canfora dalle orecchie, indossare delle comode ciabatte ed intraprendere il lungo cammino verso la luce eterna. Nessuno di voi si sognerebbe di andare in giro in calzamaglia, giusto? Non vedo perché quella donna debba essere costretta ad andare a fare la spesa con tutte quelle rughe. Deve essere davvero brutto comprare radicchio e pannoloni con quelle profonde incanalature epidermiche.
Il vecchiume ha senso solo se è tale per scelta stilistica, artistica, o per voluta e manifesta creazione. E’ il caso dell’arte, in particolar modo dei film (si pensi all’uso del bianco e nero; voglio dire, farne uso adesso ha un senso, assume una significazione ed una scelta stilistica ben precisa, che potrebbe anche essere “ma cosa cazzo ne so” o “avevo finito le tempere”, non è questo il punto, il punto è che non si è più COSTRETTI a fare i film in bianco e nero – vecchi, per dio, da evitare come fossero un prete –, ma lo si fa per volontà; non è una necessità tecnica, ma un orpello ornamentale voluto, più o meno preponderante), o, ad esempio, dei vini. Solo apparentemente un vino sembrerebbe essere migliore di un altro se più vecchio. In realtà non è così. Provate a prendere una bottiglia polverosa del vino fatto da vostro zio nell’87, buono ed onesto vino casareccio, ed assaggiatelo. Noterete con particolare stupore, oltre alla schiuma biancastra dal gusto di calze cento danari sudate che nel frattempo vi si è depositata sopra, come possa esso essere consono bensì non all’uso di vino ma più a guisa di sostanza alchemica per tentare di resuscitare la vostra preziosa nonnina; o per tentare di ucciderla; o semplicemente sbiancarle le unghie dei piedi – in entrambe i casi: morta o viva.
Ciò dovrebbe aiutarvi a capire che un vino, benché vecchio, non vi garantisce di essere anche buono. Tutt’altro. Il vino va fatto invecchiare per scelta e con criterio. Non basta lasciare del formaggio sotto il vostro divano ed attendere che il tempo faccia il suo decorso per ottenere una pregevole stagionatura.
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Artemisio presenta:

Fuoriscito dal mio orifizio nel giorno di sabato, 06 giugno 2009 alle ore 18:45

Devo ricordarmi di apporre una etichetta sui miei pantaloni indicante il tenutario del vomitaticcio vischioso che la sera prima decise di ammantare le mie eleganti braghe coi suoi mefitici malumori alcolici di stampo goliardico. Notevole, per del semplice umile e ributtante vomito, ubriacarsi e riversare parte di se stesso su di me. Non che il proprietario del vomito suddetto fosse migliore. Mio padre non è mai stato un grande uomo, dopotutto.
Ad ogni modo, non sapere di chi fosse quell'incrostata rappresentazione fetish di Bondi sui miei jeans mi esacerba.
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Artemisio presenta:

Fuoriscito dal mio orifizio nel giorno di venerdì, 29 maggio 2009 alle ore 21:47

I processi stocastici sono l'equivalente statistico-probabilistico di una malattia venerea. Una a caso.
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Artemisio presenta:

Fuoriscito dal mio orifizio nel giorno di martedì, 19 maggio 2009 alle ore 23:25

Credo di aver detto più volte e da più parti di provare profonda idiosincrasia per le donne tifoso. Per nessun motivo in particolare, ma donne contraddistinte dall'atavico coinvolgimento passionale ed irrazionale tipico del tifoso mi inibiscono. La donna tifoso può esser considerata a guisa di animale mitologico, una chimera esotica e pericolosa, assolutamente da evitare. Metà fica e metà metalmeccanico di Viareggio; metà dolcezza melliflua e metà rancore acrimonioso; metà smalto brillante e metà unto oleoso di salsiccia fritta; metà tisana e metà caffè borghetti. Ecco. Una cosa del genere. Non farei mai sesso con una donna che ha le stesse passioni di un uomo. A parte le donne che hanno Youporn tra i preferiti.
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Artemisio presenta:

Fuoriscito dal mio orifizio nel giorno di venerdì, 08 maggio 2009 alle ore 19:16

Trovo che aspettare sia tra le pratiche umane più aberranti ed inutili. Attendere per qualcosa o qualcuno è stupido. Fra tutte le cose stupide che un essere dotato di brandelli di tegumento epidermico umidicci e collosi ricchi di terminazioni nervose e corpi cavernosi fra le gambe, che opportunamente sollecitati possono provocare un intenso piacere – gratuito, fra le altre cose -, sicuramente la più stupida. E siccome io odio le cose stupide (ed anche voi dovreste), è immediato concludere come io possa esecrare oltremodo e senza mezzi termini la nefasta pratica dell’attesa. Ciò fa di me un eterno ritardatario (so cosa state pensando, che è un controsenso ché se odio aspettare dovrei essere un tipo puntuale per evitare che gli altri debbano aspettare – in virtù della nostra convinzione che sia una cosa stupida, ricordate? - e per via del fatto che se si ha paura di eventuali grumi di cellule cannibali di pessimo aspetto non si dovrebbe fumare o mangiare il piombo fuso e quel genere di costrutti comportamentali lì. Questo è profondamente sbagliato, poiché, partendo da menate paleocristiane sul fatto del non dover fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te – anche perché è del tutto verosimile che ciò che vuoi non venga fatto a te a me potrebbe piacere tantissimo, tipo infilare le tue tette nella mia bocca od il mio pene nella tua (nel senso che le mie, di tette, nella tua bocca potrebbero portarti ad un intenso senso di nausea, così come a me il tuo sozzo pene smegmatico. Sarebbe un vero peccato, in questa ottica, non offrire un sacchetto di cacca od un frappé dal retrogusto costipato ad un coprofago, davvero, nonostante voi lo riteniate disgustoso), o viceversa potrei provare orticaria per ciò che a te manda in brodo di giuggiole, tipo dirmi quanto è buono e misericordioso il tuo dio od infilarmi cacciaviti nelle orbite oculari -, si focalizza l’attenzione ed il fine ultimo su di uno stato di benessere comune, condiviso ed altruista, invece che su un mero, quanto sacrosanto e legittimo, benessere ed appagamento prettamente personale. Non vedo perché per far star bene qualcuno debba cedere parte della mia felicità o del mio divertimento, come in una sorta di necessaria tendenza all’equilibrio in un sistema di benessere mondiale di matrice entropica. Tutto ciò ha come conseguenza il fatto che arrivare in orario, per quanto possa appagare il bisogno di puntualità altrui o l’altrui urgenza di fuggire dalle attese, può mettervi nella pericolosissima situazione di dover essere VOI ad aspettare – non aspettatevi (neanche in questo caso è necessario) razionalità e coerenza dagli altri essere umani con cui siete costretti a condividere la vostra squallida esistenza, esistendo - come abbiamo visto - i coprofaghi e le persone molto religiose che ritengono l’attesa un grande onore (o le rock star omosessuali), che faranno di tutto per farvi attendere imperituri momenti opprimenti. Perciò sarà vostra premura arrivare in ritardo, molto in ritardo, per essere sicuri di essere gli ultimi e dover così evitare inutili – quanto stupide – attese [potreste essere tacciati anche voi di incoerenza così come io vi ho tacciato gli altrui esseri umani, ma mentre loro lo sono veramente, voi avete solo agito con coscienza sulla base di un solido costrutto logico per appagare la persona più bella e desiderabile del mondo – voi stessi. Dico bene?]).
Arrivare in ritardo, d’altro canto, vi permette di beneficiare di innumerevoli vantaggi, che vanno dal già ampiamente discusso fatto di non dover poi essere voi ad aspettare (raggiungimento di una situazione a noi congeniale, mi ripeto), ad altri meno importanti ma non trascurabili, tipo trovare i vostri amici già al tavolo al ristorante dopo un’attesa di un’ora per il medesimo pazzo di legno piano rivestito di tovaglie orribili, vostra nonna già morta soffocata da una ciambella al vino dopo la sua richiesta di soccorso, la pasta già in tavola o la vostra ragazza già nuda e sessualmente appagata dall’intrattenimento di qualche roboante sconosciuto.
A presto.

P.S.: Faccio notare che il voler racchiudere il nocciolo dell'enucleato all'interno di caleidoscopiche parentesi è un atto formale voluto, per sganciare l'importanza sostanziale dei contenuti dal loro precipuo contesto, quindi dalla posizione nel corpo del testo.

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Artemisio presenta:

Fuoriscito dal mio orifizio nel giorno di lunedì, 04 maggio 2009 alle ore 23:29

Detesto le trafile burocratiche. Scartoffie da scartabellare, numeri da prendere, file da fare, cose da dire, parole da ascoltare, persone - tante e sconosciute - troppo prossime al trapasso (fisico ed emozionale) della linea immaginaria che separa la mia rassegnata sopportazione alla connivenza con gli altri esseri umani dalla tendenza al massacro indiscriminato.

Mi provocano un forte stato ansiogeno. Odorano di sangue rappreso, di rorido metallo ossidato, di stupro e sodomia. Sanno di mattatoio in disuso. Emanano effluvi di brillantina ed olio di ricino. Hanno la consistenza del membro enfiato ed umido di Dell’Utri che sgocciola sperma sulle fotografie della prima comunione del Duce. La burocrazia ha la fronte a balconcino e mangia aglio. La burocrazia è stucchevolmente bipartisan e se la fa con le minorenni.

Se dovessi raffigurare con una allegoria antropomorfa la burocrazia ed il disprezzo acrimonioso e convulso che essa mi reca, direi che Josef R. andrebbe benissimo. O Ron Howard.
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Artemisio presenta:

Fuoriscito dal mio orifizio nel giorno di martedì, 21 aprile 2009 alle ore 17:20

Io ho uno zio* ignorante, ma non solo nel senso che ha un evidente e grave deficit cognitivo (non conosce l’enunciato del teorema di Pitagora, ignora l’esistenza di quello di Rouché-Capelli ed è convinto che Newton sia il prozio di Branduardi), egli è anche villano, arrogante e zoticone, e non intendo con questo solo dire che fa largamente uso del risucchio quando mangia la minestra o delizia il suo cavallo con virtuosismi orali, ove con ciò non mi riferisco in modo sarcastico solo al fatto che faccia dono al suddetto destriero di sperimentazioni vocali innovative di dubbio gusto e pessima bontà tecnica, ma proprio che è un meschino ingiurioso, gretto ed impudico, nel senso che a volte magari capitava a casa e mi insultava dandomi del frocio culo rotto perché mi trovava a lavare le stoviglie. Se sapesse che uso il termine stoviglie per indicare i piatti probabilmente mi farebbe vedere il suo uccello per chiedermi se per caso io abbia voglia di succhiarglielo. Non dopo aver rotto in terra almeno un piatto fondo ed una terrina in coccio. Si esatto, praticava fellatio al suo cavallo.
“Dannato frocio culo rotto”, quante volte me lo sono sentito dire con quella sua smorfia motteggiante... certo l’ictus che lo ha colto in modo del tutto inopinato a soli ventuno anni deve aver avuto il suo perché nella riuscita di quel ghigno. Almeno quattro, comunque (mi sto riferendo al numero di volte in cui sono stato apostrofato come un amante del cazzo con degli sfinteri eccessivamente rilassati. Gli sfinteri miei, non del cazzo. Lo dico per quelli di voi che quando leggono si distraggono facilmente nel vano tentativo di effettuare un cunnilingus alla propria ragazza - ciao papà).
Certamente qualcuno di voi potrà capirmi. Non solo quelli che hanno lo stesso zio che ho io, anche qualcuno degli altri, intendo. E certamente questo qualcuno si sarà chiesto, come me lo sto chiedendo io, quanto sia giusto ricambiare dei bei momenti passati insieme lo zio, prendendo per il culo qualcuno che è evidentemente stato educato dal grosso fallo sbrodolone, nazista, bisbetico e testa di cazzo di un leghista analfabeta. Questa locuzione ricca di testosterone dovrebbe farvi capire - oltre al mio smisurato gusto per pleonasmi e tautologie - dov’è che voglio andare a parare con questo post. Lo zio masturbatore delle buone maniere è una vittima né più né meno di come lo sono io dei suoi sbeffeggi. Dunque dovrei ripagarlo dello stessa moneta facendolo divenire vittima e dando adito in questo modo ad un desiderio di riscatto che lo spingerà sempre più in basso verso offese patetiche, becere ed inenarrabili nel bieco tentativo di ripristinare il giusto equilibrio gerarchico di matrice parentale facendomi di nuovo ripiombare negli abissi della costernazione e dell’amarezza che mi invoglieranno a chiedergli il passato remoto di cuocere dando vita ad un circolo vizioso senza fine? La risposta è incerta ed il quesito non è di facile soluzione come quando mi dovetti interrogare sul fatto che fosse giusto o meno deridere gli andicappati. Ma in quel caso fu facile. La risposta è si. È così divertente, dannazione, con quelle lingue gonfie e gli occhi a mandorla. Mentre prendere in giro mio zio non lo è; lui non capisce, che lo stai prendendo in giro, l’andicappato si e se ne rallegra, ché non gli succede spesso di essere preso in giro (voglio dire, già immagino qualcuno pronto a dire "ah, ma artemisio prende in giro gli andicappati, che schifo"; beh sapete che vi dico, trovo molto più patetico quel vostro trattarli come bambini di due anni rivolgendovi loro con fonemi come tottò, popò e gnùgnù. Io li tratto come persone normali, quindi se un andicappato mi fa uno sgarro lo prendo a calci in culo o gli infilo una testa di cavallo nel letto), ti sputa in volto come contromossa e finisce la questione. Difficilmente infatti troveresti il coraggio di dire qualcosa ad un andicappato che ti ha appena sputato in viso. Saresti troppo preso nell’atto di pulizia della tua faccia da quello scaraccio immondo. Lo zio invece non capisce che stai scherzando e si offende, ed essendo dotato, al contrario del down, di argomentazioni che possono deporre a suo favore in un mondo fantasioso in cui gli uomini possono andare in giro denudati delle vesti e del raziocinio trascinando donne per i capelli con una clava in mano (non che siffatto modus vivendi sia esecrabile o poco divertente, è utopisticamente ineccepibile e meraviglioso quanto distante dalla realtà oggettiva dei fatti), eviterà di sputarvi e tenterà la via della dialettica agonistica.

Zio di artemisio: Artemisio che bella camicia!
Artemisio: Zio non urlare, è il funerale di tuo cognato, dopotutto. Ti stanno guardando tutti.
Zio di artemisio: E ‘sti cazzi. Guarda che camicia... sai quante sorche** bagnate avrei asciugato con quella camicia alla tua età?
Artemisio: ...
Zio di artemisio: Centosette, almeno.
Artemisio: ...
Zio di artemisio: Ne avrei asciugate così tante che sarebbe diventata di cartone, quella camicia.
Artemisio: Ne sono felice, ora però goditi la vecchiaia e ringrazia il tuo dio che non te la stia facendo trascorrere in solitudine. Tu almeno hai il tuo ictus.
Zio di artemisio: Dannato frocio culo rotto!

*Non questo zio.

**Termine tipicamente romanesco per indicare la vulva dei mammiferi, soprattutto di homo sapiens sapiens.

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Artemisio presenta:

Fuoriscito dal mio orifizio nel giorno di domenica, 19 aprile 2009 alle ore 17:14

Esistono pratiche e forme comportamentali che non capirò mai. Tipo farsi prete, essere un giocatore di curling, voler morire in croce per un eccesso di filantropia, essere gay, o la convinzione da parte dei propri datori e responsabili di lavoro che sia meglio fornire un succedaneo visibilmente tale di qualcosa che non si ha piuttosto che manifestare in maniera aperta ed ossequiosa il proprio deficit in termini di prodotti. Come a dire che non ho un pene piccolo, è solo ben conficcato all’interno. Per cui, a lor buon modo, una situazione del genere è assolutamente da evitare:

- Vorrei tre etti di prosciutto.
- Ha notato per caso una grossa e luminescente croce verde qui fuori?
- Avete un Cristo al plutonio appeso accanto all’insegna?
- Siamo solamente una farmacia, niente di così divertente.
- ...
- Posso darle del prozac da spalmare?


Assecondando le miniature di Aldo Biscardi che popolano l'interno della loro scatola cranica, è molto più elegante in codesto modo:

- Vorrei fare una doccia solare.
- Ecco a lei.
- Questa è una scatola contenente supposte effervescenti...
- Solo in apparenza.
- ...
- Deve inserirle nel suo ano. Oppure può metterle in posizione verticale e poi sedervici sopra.
- ...
- Vedrà, farà invidia a Carlo Conti.


Oppure

- Ha del latte?
- Certo, è qui dentro, basta spremere questo agrume.


Questo per dire che se il vostro Cuba libre sa di anticalcare, il fatto non è da imputarsi alla vostra bocca. Non necessariamente. Si d'accordo, magari il fatto che facciate gargarismi con Anitra WC™ o che beviate l'acqua dal water può influire (avete mai chiesto al vostro cane, quello che lappa acqua dal cesso, che sapore abbia il suo Cuba libre? Vi dirà che sa di anticalcare, ne sono sicuro). Ma il punto è che c’è l’anticalcare, nel vostro Cuba.
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Artemisio presenta:

Fuoriscito dal mio orifizio nel giorno di sabato, 11 aprile 2009 alle ore 18:27

Gli algoritmi su grafo sono l’equivalente statistico dell’avere a cena i vostri amici e le diapositive della loro vacanza in posti in cui i cammelli, ne sono convinti, sono dei taxi molto esotici, ed essere bambini negri è dannatamente very nice.
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Questo blog non rappresenta niente e nessuno, nemmeno se stesso.

I cazzi miei

Nato a Roma e ivi ancora vivente e residente. Da bambino sono sempre stato l'ultima scelta nella composizione delle squadre durante l'ora di ginnastica in qualunque competizione sportiva. "Perchè ti arrabbi se perdi", dicevano gli amici che in realtà intendevano "sei una pippa al sugo". A dodici anni scopro l'esistenza della masturbazione e capisco che essere una pippa può anche essere piacevole sotto certi aspetti (direi quasi tutti, se non fosse per il totale annichilimento della tensione libidinosa e di una fastidiosa quanto peccaminosa disperdita di seme). Attualmente passo le giornate a pensare a come passare le giornate, senza giungere ad una conclusione (il che è oltremodo faticoso e frustrante). La mattina ho l'alito pesante, mia sorella è una stronza ed ho una voglia di amaro del capo sulla corteccia cerebrale.


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